MILANO
NASCOSTA
MILANO CELEBRA le sue bellezze. E ne nasconde altre. Dimenticate,
deturpate, bucate e scavate. Urban è andato a cercare il Liberty dimenticato,
quello che non ha l’onore delle mostre. E l’ha trovato ancora vivo. Reperti che
la città non sa recuperrare, in attesa (da decenni) dell’onore di un museo
metropolitano.
Testo: Andrea Dambrosio / foto: Massimo Troboldi
Piazza Oberdan, Milano, pieno centro. Anno 2003. Sopra, una bella mostra sul Liberty ospitata in un Palazzo di fine ‘800 splendidamente ristrutturato qualche anno fa da Gae Aulenti e Carlo Lamperti. Sotto, centrotrenta passi e una manciata di scalini più giù Carmelo Ajello fa i capelli a un anziano signore. Fuori, a metà del mezzanino che porta alla metropolitana, stazione di P.ta Venezia, una porta a vetri e una scritta malandata: “Acconciature Uomo”. Uno ci passa davanti e manco se ne accorge. Dentro, un grande salone. Liberty, liberty-moresco o liberty-decò o liberty-chissà. Gli storici dell’arte diranno. D’accordo, non sarà Palazzo Castiglioni ma insomma proprio schifo non fa. Basta guardarsi intorno...: arredi e decori in stile liberty pavimentazione in marmo, pareti divisorie in noce. Le altre botteghe ospitate nel salone hanno chiuso i battenti da anni. Lui, Carmelo, sforbicia sulla testa di uno dei suoi rari clienti in mezzo ai lavandini bombati, alle pareti piastrellate, alle vecchie poltrone da barbiere. Sentinella solitaria di quel che rimane di uno dei più grandi alberghi diurni milanesi. Aperto nel 1925, quando ancora i bagni nelle case private erano ben lontani da venire, e chiuso sessant’anni dopo, quando i beauty center avevano già invaso la città. Altri tempi, e non per forza “bei tempi”. L’ultimo dei giapponesi, Carmelo. Tutt’intorno un grande salone abbandonato e lui, testardo, qui tutte le mattine ad aprire bottega e a evitare che l’umidità, la muffa, lo sfacelo si mangino definitivamente tutto. A vederlo qui sotto, tutto solo in mezzo al salone liberty seduto alla sua sedia sotto i lucernari in vetro cemento mentre si legge il Corriere, quasi non ci si crede. Eppure è tutto vero. No vintage, è proprio così: surreale. Uno si guarda intorno e scopre dietro le tende le nicchie dove trovavano posto l’agenzia viaggi, il laboratorio fotografico, il parrucchiere da donna e l’estetista, persino il bar, con tanto di bancone. E poi la cassa, chiaro c’era anche la cassa, con il listino prezzi ancora appeso alla parete: una doccia 3500 lire, la toilette 500, il bagno di lusso 4700. Per i bambini, special price: ce la si cavava con poco più di 3 mila lire. E sembra di vederli ancora lì, i clienti, mentre si accalcano nella sala d’attesa aspettando il loro turno per il bagno: oltre il primo salone, dove un paio di gradini e un pavimento maiolicato con la scritta “1925” portano a due corridoi paralleli e a una sala.
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Un piccolo pezzo di città. O
meglio: quel che ne resta. Normale. La città si muove e si trasforma, cambia
d’aspetto, una cosa la butta e una la tiene, si rifà il trucco e mette il fondo
tinta. il suo fascino deriva anche da questo, dalla sua capacità di mimetizzare
il vecchio con il nuovo, di mischiare l’antico cori il moderno, il trash con il
raffinato. La città ha tante facce, e non tutte sempre presentabili. Ovvio. Poi
però uno si chiede: se i quadri li mettiamo in pinacoteca e i libri in
biblioteca, le vecchie poltrone da barbiere di Carmelo o il pavimento
maiolicato liberty che fine fanno? “In diverse città europee”, racconta
l’architetto e professore Jacopo Gardella, “esiste il Museo Metropolitano. A Vienna
per esempio ne hanno uno bellissimo. Le sculture di grande valore artistico, i
reperti archeologici, i documenti storici o gli oggetti scientifici trovano
posto nei musei, nelle pinacoteche, negli archivi. Ma dove mettiamo quegli
oggetti che ci raccontano la storia di una città e che magari non hanno la
dignità artistica per stare in un museo? Dove mettiamo per esempio i vecchi
portoni intarsiati o i vecchi lampioni?”. Già: dove li mettiamo? Non lo so.
Forse li buttiamo.
Sopra e sotto, dentro e fuori: mondi paralleli, città
parallele, che sembrano destinati a non incrociarsi mai. Sopra, la gente
cammina per le vie dello shopping, le. macchine sfrecciano veloci su corso
Buenos Aires, le pantegane pure ma nei giardinetti di Porta Venezia. E poi una
pensilina liberty ormai piuttosto scalcagnata, esile ricordo, “sopra”, di quel
che c’è “sotto”: è il vecchio ingresso del diurno all’angolo con via Tadino.
Sotto, Carmelo, il salone liberty che cade a pezzi e
un freddo tremendo. Anche se lui, venuto dal paese in Meridione una vita fa,
dice che ‘no, qui non fa freddo. E’ solo che a volte a stare da soli ci si annoia un po’. E così tra
infiltrazioni d’acqua, vasche che cadono a pezzi e pezzi di soffitto che se ne
vanno, rischia di andarsene anche il vecchio diurno lìberty. Il tempo non fa
sconti a nessuno. Il Comune di Milano ne è il proprietario, la Provincia ne
vorrebbe fare il naturale proseguimento di quel palazzo che ospita la mostra
sul Liberty. Nessuno dei due ha i soldi per ristrutturarlo. C’est la vie. Michele
Sacerdoti, uno a cui non sembrano fare difetto passione e senso civico, lo ha
visitato, ha raccolto materiale, provato ad alzare la voce. Il verde Maurizio
Baruffi ha portato la questione in Consiglio comunale. Risultato: Carmelo
continua a fare i capelli e intanto il mondo che gli sta intorno va a
catafascio. E allora: “i vecchi lampioni dove li mettiamo?”. La domanda ronza
fastidiosa nella testa.
Già perché qualche chilometro più in là, a due passi due
da piazza del Duomo, sotto la Galleria Vittorio Emanuele c’era l’Albergo Diurno
Cobianchi. Completamente sotterraneo, è stato il primo Diurno ad aprire a
Milano, nel ‘24, per poi chiudere nel settembre del ‘98 dopo oltre settant’anni
di onorato servizio. Anche lì, raccontano di “splendidi sanitari in pasta
vitrea dì ceramica”, rubinetteria in ottone dell’epoca, preziose piastrelle
della ditta Civer, arredi in legno e mobili liberty e decò.
“C’era anche una colonna centrale rivestita in ferro
lavorato con sopra indicate tutte le diverse attività che si svolgevano
all’interno del Diurno”, dice e quasi si commuove Fernando Cobianchi, uno che
là sotto ci ha passato davvero una vita. Quanti anni? “Tantissimi, quasi non
voglio metterli”, si schernisce il nipote di quel Cleopatro diventato famoso
proprio per aver costruito in giro per l’Italia Diurni in stile liberty. Una
famiglia bolognese titolare delle distillerie Montenegro, un viaggio a Londra - ah, l’Europa! - la scoperta -
presto importata a Milano - che nei sotterranei della stazione Victoria
c’erano dei locali che offrivano ai viaggiatori servizi igienici, bagni,
barbieri e parrucchieri, stiratura di abiti e altro ancora. Cool.. Adesso i
mille metri quadri in fase di ristrutturazione sotto la Galleria sembrano
destinati a ospitare Internet point e riavranno gli arredi pregiati, promette
il Comune, anche se durante i lavori di cablatura, tra un cavo e l’altro, si sa
come vanno le cose e insomma pare che qualche rifinitura sia stata spianata.
Qualcuno dice addirittura rubata. Cose che capitano, sotto i portici
settentrionali del Duomo.
“Si figuri”, prosegue Cobianchi, “che le guide turistiche di Milano avevano fatto una petizione perché il Diurno venisse riaperto. Loro ci portavano i turisti e con la scusa di fargli vedere gli arredi liberty magari si ristoravano un po’“. Poco male, adesso i giapponesi li porteranno in Montenapoleone. E per le toilette qualcosa troveranno.
Certo, è proprio un peccato. In giro per la città ci
sono pali della luce che portano ancora i segni dei bombardamenti, pensiline
che ci raccontano di un’epoca (per esempio in piazza XXIV Maggio c’è n’è una
che recita: “Bagni e deposito bagagli”), vecchie ringhiere in ghisa che ci
dicono com’erano i Navigli.
Decine di oggetti forse di valore storico dubbio, ma
capaci di restituirci la storia di una città, la sua atmosfera. Già, ma come
infilarceli tutti in un museo? Magari in un nuovo Museo Metropolitano
ricavabile proprio negli spazi del vecchio Diurno di piazza Oberdan? “È
chiaro”, ci corre in soccorso l’architetto Gardella, “che un Museo
Metropolitano non potrebbe raccogliere tutto in dimensioni reali. Potrebbe però
ospitare, per esempio, foto e riproduzioni di edifici demoliti e scomparsi,
dettagli di arredo esterno e interno. Oggetti che decorano la scena urbana, che
ci raccontano la sua storia. Anche le piante della città: oggi non si sa bene
dove tenerle”. Bella idea, prof ! Innovativa. “Beh, a dire il vero”, commenta
l’architetto, “ne parlava già il prof. Guido Canella 20 o 30 anni fa. Inutile
dire che il Museo Metropolitano, trent’anni dopo, ancora non c’è. Ci resta la
mostra sul Liberty, a pochi metri dal Liberty in via di estinzione.